Mattia Fiandaca è giovane, energico e creativo, e collabora da un anno con Casa Artusi, uno dei templi della cucina italiana conosciuto in tutto il mondo per il suo impegno nella cura della memoria del grande Pellegrino Artusi, padre del grande ricettario. SaporOsare lo ha incontrato per farsi raccontare un bel progetto che, tramite una raccolta fondi, vuole arrivare in tempo sotto l’albero e allietare le feste natalizie 2021. Scopriamolo insieme.

Qual è stato il tuo percorso e come sei arrivato a Casa Artusi?

Dopo il diploma di pasticceria ho lavorato per un anno come capopartita ai dolci in un albergo in Valle d’Aosta. Con il passare del tempo, nella preparazione dei dolci, avevo capito che mi mancava il contatto diretto con le storie che si nascondevano dietro a quei piatti e il modo di poterle raccontare. Mi trasferisco così a Parma dove mi laureo in Scienze Gastronomiche, un percorso che mi ha permesso di avvicinarmi al cibo sotto nuovi punti di vista. Qui a Parma inizio a collaborare con una radio studentesca che mi regala l’opportunità di entrare nelle case di tante persone e condividere le mie passioni più grandi attorno al cibo con un programma in diretta ogni mercoledì dove professionisti del settore, appassionati e curiosi potevano dialogare con me su un tema di attualità enogastronomica. Proprio la radio, con il podcast “Storie di gusto” mi ha fatto conoscere Casa Artusi e le Mariette di Forlimpopoli, ho raccontato la storia di queste donne e dei loro ricettari, è stato amore a prima vista e da lì abbiamo capito che avevamo ancora molto da fare insieme. Per questo da maggio 2020 collaboro con Casa Artusi curando tutti i progetti e le attività legate al digitale oramai diventate di estrema importanza anche per raccontare la cultura della cucina di casa italiana.

Quali sono le motivazioni profonde della tua ricerca in ambito enogastronomico?

Ci sono più motivazioni. Una possiamo dire un po’ più romantica e forse più affascinante da raccontare: fin da piccolo osservavo mia madre cucinare sia a casa sia nel locale di famiglia. Ero incantato da come il cibo potesse diventare nutrimento per le persone. Ne ho sempre avuto un’attrazione folle, da piccolo nel passeggino al mercato con mia madre allungavo le mani verso la merce esposta e capitava a volte di prendere qualcosa di troppo nell’imbarazzo generale di mia madre. L’altra motivazione è più maturata col tempo. Lo studio prima pratico poi teorico mi ha permesso di capire che il cibo è multidimensionale e complesso, e io curioso di natura, non potevo non amare la complessità di questo settore, volendone indagare ogni aspetto. È un ambito che riguarda l’economia, la cultura, l’ambiente, la salute, la società, la politica, i diritti delle persone, è impossibile diventare tuttologi in materia ma la possibilità di indagine e di approfondire uno o più aspetti connessi al cibo è ciò che mi spinge continuamente a ripetermi: si, sono nel posto giusto, faccio quello che amo.


Com’è nata l’idea del libro “Il brodo di Natale”?

L’ideatrice del libro è Irene Fossa. Ci siamo conosciuti grazie ai podcast che realizzavo per la radio, anche lei grande amante delle storie legate alla cucina di casa. C’è stata intesa fin da subito anche se la nostra è stata più un’amicizia digitale dato che si basava solo su messaggi, social e scambio di mail. Finalmente il libro ci ha permesso dovendo lavorare insieme di incontrarci anche dal vivo ma è come se ci fossimo conosciuti da sempre o come se avessimo lavorato insieme da anni. L’idea mi è subito piaciuta, è nata prima come una pubblicazione più ristretta sull’Emilia già stampata e curata solo da Irene, poi si è allargata all’intera Regione e allora ecco il perché del mio coinvolgimento sul territorio romagnolo. Il libro punta a voler incuriosire le persone, non pensiamo di mettere delle ricette bandiera per ogni città dell’Emilia-Romagna ma semplicemente far comprendere che il cibo, le ricette, un piatto di anolini o tortellini o cappelletti in brodo non sono solo un primo piatto in brodo ma sono tutto quello che a parole non riusciamo a esprimere su di noi quando ci chiedono di raccontarci. Sono i nostri ricordi, i nostri affetti, la nostra identità.

ph elly contini

Il progetto ha raccolto attorno a sé diverse personalità e associazioni: cos’ha mosso questo interesse?

Il progetto è da subito piaciuto a tutti, chiunque abbiamo contattato per un contributo ha subito risposto affermativamente. Questo significa molto. Vuol dire che tutti quanti nonostante storie e percorsi diversi ci riconosciamo in un piatto caldo il giorno di Natale insieme ai propri cari. Il libro ha inoltre una finalità benefica, siccome parte del ricavato andrà a Il Tortellante (MO) un laboratorio di pasta fresca che permette a giovani e adulti nello spettro autistico di trovare un’alternativa valida di inserimento sociale. Questa motivazione credo abbia spinto i tanti a sposare la causa e a voler far parte di questo viaggio insieme dallo storico al giornalista fino all’Istituzione pubblica. Ho sempre creduto nel lavoro di sistema. Credo che le cose migliori nascano quando ognuno decide di fare il suo nel migliore dei modi in una rete di punti di vista diversi. Ecco perchè credo che questo libro sarà un bel libro.

C’è tanta voglia di tradizione? Qual è l’equilibrio tra “ieri” e “oggi” in cucina?  

La tradizione è una parola ambigua e forse inflazionata nell’uso a volte sbagliato che se ne fa. Spesso la generazione dei miei genitori ne parla con un tono quasi nostalgico come se tutto ciò che oggi fa parte della ricerca enogastronomica sia da buttare. Ma come dicevo prima il cibo è complesso, va osservato a 360° e senza pregiudizi. Credo che la mia generazione sia abituata ad analizzare i fenomeni con un senso critico privo di barriere e di pregiudizi forse proprio perché quello che vediamo nelle città dove studiamo e dove cresciamo è già contaminato da approcci di culture diverse e non solo. La ricca offerta globale con il quale ci confrontiamo ogni volta che accediamo a Just Eat allo stesso tempo ci ha permesso di incuriosirci nei confronti della nostra identità a tavola. Conoscere l’altro arricchisce e ti permette di portare con te la tua storia “della tavola” da raccontare. La pandemia inoltre ci ha costretti a passare ore e ore davanti ai fornelli di casa e sempre più giovani hanno sentito il bisogno di farsi il proprio cibo, prendersi il tempo di conoscere le materie prime in cucina. Insomma non abbiamo scoperto nulla di nuovo ci siamo solo riavvicinati a un modo di far cucina molto simile a quello delle nostre nonne, le stesse nonne che hanno costruito l’Italia a tavola, partendo da prodotti poveri, pochi elementi ma tanta creatività e tanto sacrificio. Non abbiamo quindi voglia di tradizione ma semmai abbiamo voglia di sentirci a casa, di farci il nostro cibo, di mangiare il territorio fuori dalla nostra finestra, conoscerne la storia e raccontarla con qualsiasi mezzo online e offline possibile a tutti. La cucina di domani sarà adattata ai nuovi tempi, alle nuove modalità di consumo e alle nuove materie prime. Sarà una cucina attenta all’ambiente e ai diritti di chi produce, sarà inclusiva e ricca di storie da conoscere. Non sarà inevitabilmente la stessa di ieri ma è li che affonderà le sue radici.

Link utili:

https://bit.ly/brododiNatale

www.ilbrododinatale.it