Se dovessi raccontarvi Vinoè, la kermesse enoica che si tiene tradizionalmente alla Leopolda, targata FISAR – Federazione Italiana Sommelier, Albergatori e Ristoratori – secondo la cartella stampa, dovrei sottolineare che questa terza edizione vede più di 140 banchi d’assaggio di piccole e medie cantine, per un totale di circa 800 etichette, 8000 presenze nel 2017, che si spera di bissare quest’anno nella 3 giorni fiorentina (dal 27 al 29 ottobre).

Ma il vino non è funzione matematica, né i numeri da soli possono dar conto delle atmosfere. Perché il vino vive di situazioni, non di calcoli; si esalta nelle relazioni, non nelle calibrate proiezioni dei business plan. E le associazioni – perché è un’associazione l’organizzatrice di Vinoè – sono fatte dalle persone che l’hanno costruita e la portano avanti. Sono sommelier FISAR, permettetemi un po’ di patetico orgoglio campanilistico.

Per questo, poco dopo il mio ingresso alla Leopolda, ho stracciato il comunicato stampa che mi era stato messo a disposizione, per raccogliere più possibile le sensazioni, le parole, l’aria di questa giornata.

Prima di tutto la location, che mi strappa ogni anno moti di ammirazione: fu la prima stazione di Firenze, inaugurata nel 1848 per collegare il capoluogo dell’allora Granducato con Livorno e oggi accoglie meeting, eventi, mostre. Tra i muri spogliati dall’intonaco, da cui emergono i mattoni grezzi, e le strutture a traliccio in ferro che creano l’infrastruttura luminosa e scenica, lo spazio è un enorme cattedrale pagana di archeologia industriale. In contrappunto alla ruvidezza decadente del contesto, i banchi lindi e le linee pulite delle grafiche, disegnano un piacevole contrasto.

La “navata” centrale ospita gli eventi, quella a sinistra i tre infiniti banchi dei produttori, quella a destra le masterclass e i cooking show.

Mi concentro senza alcun dubbio sui banchi d’assaggio. E sono solo le dieci del mattino, ma sono abituato e ho i miei trucchi per non defungere al decimo assaggio. Le premiazioni e i momenti istituzionali li lascio ad altri. Preferisco scendere in trincea, girovagare tra le bottiglie, abbracciare vecchi amici, emozionarmi per la scoperta di un calice nuovo.

Alcuni nomi in ordine sparso (non me ne vogliano gli altri), in una selezione che, a mio avviso, vede ancora troppa Toscana a discapito del resto d’Italia: Marisa Cuomo, Arrighi, Cipressi, Franz Haas, Istine, Podere La Regola, Vajra, Kobler, Polencic. Con il suggerimento, se mi permettete di darvene, di andare ad assaggiare i vini, ma soprattutto a fare quattro chiacchiere con i produttori. Scoprirete allora la vulcanicità appassionata di Kobler, che nel giro di un paio di assaggi spazia dalle tecniche di aratura alle serate goliardiche in terra emiliana con amici in comune; o l’eleganza di una Toscana un po’ più a nord della blasonata Bolgheri, bordeaux italica, e che si sposa con l’arte nella barricaia affrescata di Podere La Regola. O ancora l’espressività furente dei vini isolani affinati in terracotta di Arrighi (ma questa è un’altra storia e un’altra puntata, che vi racconterò più avanti).

Il segreto, me ne sono nuovamente reso conto al termine di questa giornata, è perdersi tra le parole che accompagnano i vini, per cogliere ogni sfumatura che regala il calice, per andare oltre quello che appare. E scoprire davvero – e questo è il vero valore di un vino – il territorio e la mano che l’ha fatto. Se questo riesce, allora, siamo davanti a un vino riuscito, che può piacere, oppure no, ma che di certo sa raccontare qualcosa.

A Vinoè ancora si può fare questo percorso, così come in altre manifestazioni che infatti mi piace frequentare, scansando i riflettori troppo potenti che appiattiscono le dimensioni, sovrastrutture farlocche e atmosfere costruite che falsificano le relazioni alle quali il vino, bevanda sociale per eccellenza, invita a indulgere.

Simone Zanin per SaporOsare

Link: http://www.vinoe.it/