All’inizio degli anni ‘90, bisogna prendere atto di una dolorosa verità: il rock è ormai morto, o sta molto male. Eccezion fatta per alcune pregevoli cose di hard rock o di heavy metal, perlomeno quella parte del metal che non si è ancora dissolta nell’hair, spopolano ormai gruppi pop nei quali le chitarre e l’energia degli anni ‘70 ormai sono solo un vago ricordo. È il momento dei Duran Duran, degli Europe e dei Guns N’ Roses, degli Spandau Ballet, dei Dire Straits e di tanti altri: è il momento di MTV, baby.

Ma c’è una corrente che, zitta zitta, si è aperta la strada dal basso dei sobborghi di Seattle attraverso le influenze del metal, del punk e della sperimentazione. Un movimento che, a partire da una etichetta indipendente, cominceranno a chiamare Grunge: sporcizia, luridume. Il 1991 è l’anno che ne porta la notizia al mondo: con Nevermind, dei Nirvana che finalmente vedono il successo, e con l’opera prima Ten dei Pearl Jam.

Se i Nirvana traggono la loro benzina dal punk e gli Alice in Chains dal metal, quella dei Pearl Jam è una musica più improntata al rock tradizionale, che rimodernano e salvano dall’oblio cui sembrava destinato: queste le tre correnti del grunge, con tre gruppi strepitosi. Ten vede la luce tra continui rimaneggiamenti di formazione del gruppo, tra problemi di droga, litigi, coscienza sociale, esperimenti musicali e varie collaborazioni tra band che danno vita prima al progetto Temple of the Dog, e poi a questo disco dei neonati Pearl che, appena cambiato nome – quello d’esordio doveva essere Mookie Blaylock – sfornano quello che è e resta senza dubbio il loro album migliore, irraggiungibile.

Il disco si intitola Ten, anche se contiene undici brani: il numero è quello della maglia del giocatore di basket dal quale avevano inizialmente deciso di prendere il nome. È subito il secondo posto nella classifica di Billboard, e il Disco d’Oro; due anni dopo, Ten è ancora in classifica e arriverà a fregiarsi di 12 dischi di platino. Come tutta la musica di questo periodo di rottura, i testi sono inquieti e mordaci, le tematiche scabrose, il clima generale di rabbia, tristezza, depressione: un mix folgorante che colpirà al cuore una intera generazione, ormai nauseata dalle canzonette del pop.

La chitarra di Stone Gossard inanella riff basilari e trascinanti, il martellante basso di Jeff Ament è indistinguibile dalla selvaggia batteria di Dave Krusen, e Mike McCready infioretta assoli che saranno duramente criticati da Kurt Cobain come simbolo di una pretenziosità dalla quale il grunge “puro” doveva distaccarsi; in realtà, si tratta di interventi essenziali ed energici. Ma è soprattutto il vocalist Eddie Vedder a fare la differenza: la sua voce lacerante e profondissima porta sul palco la sua esperienza personale di disagio, sofferenza, solitudine, abbandono, lasciando in chi l’ascolta una profondissima emozione.

Il disco si apre con l’inquietante Once, che dai suoni fantasma iniziali si trasforma in una selvaggia cavalcata: la storia di un disagio sociale e mentale poi sfociato nella nascita di un serial killer. Il buongiorno si vede dal mattino: Even Flow, trascinante, parla di povertà e mancanza di un posto dove vivere, Alive (che contiene anche dolorosi riferimenti autobiografici di Vedder circa l’assenza del padre naturale), di un incesto, che sfocerà poi nella tragedia del sopra citato Once e nel finale di reclusione di Footsteps, pubblicata come lato B del singolo Jeremy, il sesto brano dell’album. Why Go, sugli ospedali psichiatrici, quanto a carica non è da meno dei pezzi che la precedono: ma la successiva canzone, la tormentata ballad Black, che parla di un amore incenerito, decreta il trionfo di Vedder e, letteralmente, con il suo incedere angosciante e le sue progressioni armoniche alternative tipiche del grunge è in grado di spezzare cuori molto più robusti di quelli del pubblico dei difficilissimi anni ‘90. Non è da meno la straziante Jeremy, storia del suicidio di un ragazzo tratta, come spesso accade nei testi dei politicamente e socialmente impegnatissimi Pearl, dalla cronaca. Oceans è una canzone d’amore diremmo semplice, pur sempre con sonorità raffinate e ossessive; Porch e Deep parlano della violenza sessuale ai danni di una ragazza, Garden, la più sottovalutata di tutto l’album, di nuovo del termine, dell’assenza di un amore. Infine, Release, sognante e strana, è quasi un mesto arrivederci alla prossima volta.

Controverso, cupo, terribile, doloroso, Ten sarà per sempre inarrivabile dai Pearl Jam stessi, che riusciranno a comporre alcuni brani eccellenti, in seguito, ma mai più una simile raccolta così compatta di cose straordinarie: il giusto battesimo per un gruppo che nel tempo è rimasto fedele ai propri ideali e ai propri fan con grandissima coerenza.

Il cocktail da abbinare a Ten non può essere, per forza di cose, leggero; quindi, approdati al vostro divano preferito, allungate le gambe e servitevi generosamente di Rusty Nail, il cui nome – chiodo arrugginito – illustra alla perfezione l’avventura di digerire questa meravigliosa e tostissima opera prima dei Pearl Jam.

Difficile risalire alle vere origini di questo cocktail. Alcuni lo attribuiscono a Benniman che, nel 1937, con i suoi ¾ di Vat 69 ed il suo ¼ di Drambuie spruzzati di Angostura, potrebbe avergli dato i natali. Ma come vedrete, qui l’Angostura non c’è; e molti preferiscono allora risalire al 1942, anno in cui al Club 21 di New York Norman McKinnon usò una sua antica ricetta di famiglia per arrivare a cotanta creazione. La ricetta di famiglia partiva dalla storia di Bonnie Prince Charlie (Stuart) che, aiutato dai clan scozzesi (tra i quali i McKinnon) a fuggire dopo la mala parata della ribellione contro Re Giorgio I, per sdebitarsi donò a John McKinnon la ricetta originale del Drambuie: whisky, miele e altri ingredienti segreti che ne facevano una bevanda rivivificante.

Carlo Vanni per SaporOsare

 

Rusty Nail

Piatto Drinks

Ingredienti

  • 4,5 cl di Scotch Whisky
  • 2,5 cl di Drambuie
  • una scorza di limone a guarnire
  • ghiaccio per lenire i bollori

Istruzioni

  1. Si versano direttamente gli ingredienti in un sobrio bicchiere Old Fashioned già pronto coi suoi ghiaccioli, e si mescola delicatamente. Poi ci si mette comodi e si finisce la serata così, persi in mille pensieri che vanno stemperandosi nei profumi complessi del Drambuie: i cocktail after dinner con agrumi sono pochissimi, e, tra i classici IBA, solo questo è presente a buon diritto, fortissimo e intensamente aromatico.

     Pare che l’abbinamento con l’aspra crostata di limoni o la più delicata di lamponi sia una vera e propria bomba: non resta che provare, per stemperare le malinconie tra i fumi dell’alcool e il dolce abbraccio degli zuccheri.

Photo credit: jennybaxter on Visual Hunt / CC BY-NC-SA