L’uomo più potente del mondo, eccezion fatta per i diplomatici che, da prudente distanza, ne manovravano in sordina le sorti: eccezion fatta per costoro, l’uomo più potente del mondo, senza fare i conti con la donna che, per un breve periodo, lo fece ballare alla propria musica.

Napoleone Bonaparte e Maria Luigia furono certamente una coppia male assortita, sotto moltissimi punti di vista. Lui, di estrazione proletaria benché la sua famiglia ci tenesse (tantissimo) a sbandierare una nobiltà di terz’ordine, quasi certamente acquistata in moneta sonante; lei, dal sangue talmente antico e sottile e nobile da non riempire manco un ditale, rampolla predestinata delle discendenze più nobili d’Europa. Lui, soldataccio e avventuriero, rotto a tutte le fatiche e le privazioni dei campi di battaglia; lei, educata alle bambole, al taglio e cucito e alla cura dei cuccioli. Lui, a suo agio in mezzo ai soldati; lei, al centro dei ricevimenti. Lei, regina dell’etichetta; lui, sfacciato e informale.

Forse in nessun posto come a tavola era evidente l’abisso che li separava.

Un pasto normale di Maria Luigia d’Austria consisteva di quattro entrées, potage – immancabile, secondo i dettami ormai imposti dal leggendario Carême, due secondi, l’immancabile dessert (fosse per lei, sarebbe vissuta di soli dolci), sicuramente formaggio,  che sulla tavola francese che aveva appena adottato non poteva mancare a fine pasto, vino preferibilmente dolce, golosa com’era, ma anche lo Champagne e il Bordeaux, caffè, che tra Vienna e Parigi ha ormai spopolato, e ammazzacaffè; liquori e liquorini, e poi bonbons, perché la vita non è mai abbastanza dolce.

Napoleone, dal canto suo, a testimonianza di un vero, genuino e grande amore stupiva tutti i testimoni dell’epoca concedendo a sua moglie un onore quale nessuno aveva, né avrebbe mai più, potuto vantare: sedeva con lei per mangiare. Mentre lei si abboffava come suo solito, però, lui al contrario – dotato di un fisico molto meno resistente agli stravizi, e di tempistiche cerebrali da contadino e militare – piluccava svogliato e distratto: il salotto, per l’appetito, non valeva certo una tenda da campo, e in assenza di marce (per gli altri, a piedi; per lui, a cavallo, s’intende) lo stomaco non faceva richieste pressanti. Così, mettendo assieme abitudini frugali, assenza di gusto e di curiosità gastronomiche, il pasto dell’Empereur risultava sempre molto uguale a se stesso. Un po’ di carne: montone alla griglia, per stare sul classico; e pollo, che gli piaceva molto perché poco impegnativo e pronto a intridersi di sughetti e di odori che poi raccoglieva con quintali di pane, probabilmente in assoluto l’unica cosa di cui era ghiotto e sul quale era capace di cavillare come l’addetto alla fureria che in effetti, in fondo all’animo (e non solo) in ultima istanza poi era: guai a sbagliare cottura, guai se trovava residui di macina, guai le imperfezioni nella mollica o se il pane non era abbastanza bianco. Per un pane non sufficientemente bianco era scoppiata la Rivoluzione francese, sarebbe stata un’onta insopportabile se al suo desco ce ne fosse stato di mediocre; specie dopo tutto il pane raffermo masticato con l’esercito. Caffé, volentierissimo; anche té, meno impegnativo e più dissetante, ma anche volentieri orzata. Vino, due dita di Chambertin allungato con l’acqua, che Napoleone odia non sentirsi padrone di se stesso o insonnolito. Dolci, assolutamente mai. Liquori, meglio la morte.

Lei, tra una portata e l’altra, probabilmente protesta, se il fiato le é sufficiente: il marito arriva a tavola quando gli altri sono già lì a ingozzarsi da ore, oppure salta i pasti, adducendo scuse di governo – come dargli torto, del resto? Protesta, insomma, ma senza tanta convinzione: prima d’ora, nessuno aveva in ogni caso mai visto Napoleone a tavola, seduto e munito di tovagliolo come tutti i comuni mortali, sia pure per poco. Nonostante spazzi i campi di battaglia di mezza Europa accompagnato da un cuoco personale, Durand, nonostante abbia idee geniali circa il rancio delle truppe – sua l’idea di un concorso per la miglior forma di conservazione del rancio (speciali bottiglie pastorizzate sottovuoto, poi lattine: ahinoi, l’apriscatole sarà inventato solo molti anni più tardi) da portarsi dietro in Russia, perché si sa, prima esigenza dei soldati non sono le armi ma il cibo; nonostante gli tocchi fare da chaperon agli innumerevoli balli di corte, inviti, cortei, accidenti diplomatici cui lo costringe il ruolo che si é scelto di artigliare e la rapacità sociale in continua crescita della propria famiglia, che cerca di essere contemporaneamente in ogni Corte del continente, lui, mangiare, due rette parallele.

Il suo valletto, che poi raccoglierà il tutto in un fortunato libro di memorie, lo cronometra, a sua insaputa: dodici minuti di media. Bonaparte non si siede: si appoggia – se appoggio c’è, sennò in piedi, direttamente – a una cassapanca, a una sella, a un armadio, mezza natica su, mezza giù, e sbocconcella. Una cotoletta col pane o anche senza, pulendosi se non c’è altro sul cappotto; un frutto, un uovo rassodato, un pezzo di formaggio, se possibile Parmigiano. Una scodella di patate fritte, che adora, al pari del pane – la sua forma tendente al tondo non lascia dubbi, in proposito. Una zuppa di cipolle, o di patate, di lenticchie o di fagioli, in cui zuppare una pagnotta. È tutto; se non gli porgessero le posate e il piatto mangerebbe dalla pentola.

A ulteriore testimonianza di un amore sincero e devoto, non bastassero le lettere accorate, davvero spezzacuore, che il tiranno deposto invia alla moglie lontana dall’esilio dell’Isola d’Elba, una considerazione: illudendosi che lei lo avrebbe raggiunto di buon grado, la prima cosa che aveva voluto far portare nella sua residenza era il colossale servizio di tavola di cui, immaginava, Maria Luigia non avrebbe certamente mai e poi mai potuto fare a meno.

Carlo Vanni per SaporOsare