Il 12 gennaio 1969, i ragazzi americani che, tornati a casa con quel disco dalla stranissima copertina – bianco e nero iconico, in filigrana, un dirigibile in fiamme sospeso nell’attimo prima di precipitare al suolo – lo avevano messo sul piatto di papà, non sapevano esattamente cosa aspettarsi da quel nuovo gruppo inglese dal nome così strano ed evocativo: Led Zeppelin, tra moderno e antico, non significava proprio niente.

Anche le prime note del brano che, oltre il fruscio della puntina, apriva il 33 giri, probabilmente li lasciarono un po’ freddini: “Good times, bad times” era un brano quasi colloquiale, rilassato, addirittura coi coretti. Sì, elegante, misurato, niente che non si fosse già sentito molte volte, anni luce di distanza dall’energia selvaggia dei vecchi tempi, degli Who, ad esempio. Solo, all’interno conteneva una noce durissima di assolo di chitarra elettrica, che doveva lasciar presagire qualcosa che sarebbe arrivato in seguito. Il secondo brano del disco, “Babe I’m gonna leave you”, era ancora più spiazzante: una ballad strappalacrime tradizionale del 1950, scritta da Anne Bredon e ripresa da Joan Baez. Seguiva a ruota un grande classico del blues moderno, “You shook me”, di Willie Dixon, poi ripresa da Earl Hookers e Muddy Waters, e infine, a chiudere la prima facciata, “Dazed and confused”, inquietante folk blues di Jake Holmes che aveva colpito a tal punto gli Yardbirds di Page che questi aveva voluto buttare giù al volo – era il 1967 – una sua versione. Il blues si mescolava al folk e questo alla psichedelia, l’ex gruppo di Jeff Beck, nel quale avevano militato anche Eric Clapton e il turnista Jimmy Page, si era sciolto per diventare “The New Yardbirds” e, subito dopo, “Lead Zeppelin”; subito dopo il piombo si era tramutato in diodo, e il nome era rimasto; litigi, piccole e grandi cause legali per il furto dei brani e via dicendo, e insomma, il dirigibile in un modo o nell’altro era decollato.

Il lato B iniziava invece con “Your time is gonna come”, primo  (e profetico, a quanto pare) brano propriamente del gruppo, altra ballad molto leggera, scanzonata quasi; di nuovo, diluita subito dopo dalla strumentale “Black mountain side” in cui Page dimostrava la sua capacità di ispirarsi al folklore celtico. Poi, come un cazzotto nello stomaco, a tradimento dopo le tracce precedenti, un ritmo martellante, stranissimo, con “Communication breakdown”, power chord che alcuni citano alla base della nascita del più tardivo heavy metal: sbagliando, perché anche se non avevano ancora inciso nulla le sonorità dei nascenti Balck Sabbath erano già diffuse nell’aria inglese da qualche tempo. Poi un altro classico di Willie Dixon, “I can’t quit you baby”, con tanti sberleffi alle chitarre parlanti di Beck, e il saluto finale del lunghissimo blues di otto minuti e rotti che contiene citazioni ed autocitazioni a sprecarsi, da Howlin’ Wolf al Bolero di Beck.

In realtà, la sorpresa sarebbe stata tutta dei tanti che non li avevano ancora ascoltati dal vivo e che avevano acquistato il disco sull’onda del passaparola frenetico successivo al tour che i Leds avevano appena concluso in America; tour che li aveva spinti a tornare a casa di corsa, chiudersi in sala di incisione e dare alle stampe il primo bebè, in fretta e furia. Tant’è vero che il mercato inglese, nel quale erano nati, avrebbe visto la distribuzione solo a marzo. Gli americani, dal canto loro, avevano voluto assolutamente quel disco che, prima ancora di nascere, aveva dato prova di se stesso sul palco: l’energia di Bonham, la misurata professionalità di Jones, la voce ultraterrena di Plant e il mistero delle chitarre multiformi di Page avevano fatto breccia, e la grinta brutale del manager Peter Grant aveva loro spianato la strada (oltre a qualche rivale). Da lì a pochi mesi, anche il secondo disco sarebbe stato dato alle stampe: e stavolta, il rock primitivo, violento di “Whole lotta love” non avrebbe lasciato alcun dubbio sul chi fosse destinato a dominare la scena musicale per gli anni a venire.

Esiste anche un cocktail dedicato espressamente alla memoria dei Led Zepplin, ma a un tale classico, abbiamo preferito abbinare un altro classico: uno degli Iba “Indimenticabili”. Il coktail che potete sorseggiarvi mentre scorre questo disco sul fondo, verace (è il caso di dirlo) e rilassante, energico e raffinato, è il sempreverde, o sempre rosso, Bloody Mary. La vodka, che assieme al succo di pomodoro ne costituisce la base, è un doveroso, commosso omaggio che gli affezionati fan di uno dei gruppi più famosi di tutti i tempi capiranno sicuramente al volo.

Le origini del Bloody Mary sono molto contese: c’è chi dice che lo inventò il barman Ferdinand Petiot nel 1920 all’Harris Bar di Parigi, ma pare quasi sicuro che il francese non facesse altro che aggiungere due spezie e rubacchiare il nome all’americano George Jessel, che aveva invece l’abitudine di servire la ricetta originale – perfetta per i palati poco schifiltosi dell’epoca, consisteva solo in vodka e succo di pomodoro – nel 1934, col nome di Red Snapper, al St. Regis Hotel. Pare che il nome successivo, ben più fortunato,  fosse dedicato alla memoria di Maria Stuarda di Scozia, la famosa Sanguinaria, anche se si dice che l’ispiratrice di questo beverone fosse la famosa attrice del muto Mary Pickford, sulla cui sanguinarietà non intendiamo fare ipotesi.

Carlo Vanni per SaporOsare

Bloody Mary

Piatto Drinks

Ingredienti

  • 45 ml vodka
  • 90 ml succo di pomodoro
  • succo di mezzo limone
  • poche gocce di Salsa Worchestershire e Tabasco
  • sale e pepe

Istruzioni

  1. Spremere il limone e versare il succo filtrato in un mixer con gli altri ingredienti; mescolate delicatamente, aggiungendo 5 o 6 cubetti di ghiaccio. Versare in un bicchiere Highball e guarnire con un gambo di sedano e una fettina di limone. Se invece volete usarlo come aperitivo, bicchiere old fashioned e pinzimonio di verdure o gazpacho. Ma potete usare gli abbinamenti più strani, li reggerà tutti, capperi e uova compresi.

Si dice che questa specie di “mangia e bevi” abbia il potere di aiutare a smaltire le sbornie, ma non fidatevi: è un cocktail dall’alto tenore alcolico e vi caccerebbe sotto al tavolo senza pietà. Per questo motivo, è consigliato per il tardo pomeriggio – sera, quando il metabolismo è più lento e l’assimilazione dell’alcool, pure; la sferzata di energia vi aiuterà a nelle vostre conquiste notturne, oppure vi condurrà per mano al giradischi, di nuovo e di nuovo.

Se invece volete usarlo come accompagnamento al pasto, trattatelo come una salsa rossa freschissima e alcolica e affiancategli piatti impegnativi a base di carne rossa, grigliata, alla brace: braciole di vitello ai peperoni, spiedini di agnello, arrosto di manzo.