Una copertina che reca l’immagine di un paio di jeans, inquadrati solamente nella zona pubica; sul davanti una zip che invita prepotente ad essere aperta, sul retro, snelle natiche maschili ben delineate dal tessuto denim. All’interno, da una parte il vinile nero di uno dei 33 giri più potenti della storia; dall’altra, la cover interna mostra, coerentemente, un paio di mutande indossate con l’attrezzatura nascosta ben in rilievo e, in alto a sinistra, la firma dell’ideatore: Andy Warhol. Ha avuto mano libera nel concept e il modello è uno dei suoi amanti, Joe Dalessandro.

Non Mick Jagger, come tutti avrebbero potuto pensare, dal momento che il disco in questione è Sticky Fingers, quattordicesimo album in studio dei Rolling Stones: a detta di molti il loro apice artistico, senza dubbio l’album più intensamente rock e quello che lancia, definitivamente, il mito dei Rolling nella storia. D’ora in avanti la loro immagine diventerà un’irresistibile bandiera di tutto quello che è trasgressivo, sessuale, ribelle. In una parola: rock. E dire che il rock aveva allora solo diciassette anni che, del resto, sono proprio l’età giusta per un adolescente inquieto e irreprimibile.

Sticky Fingers – uscito a ridosso del matrimonio di Mick Jagger con Bianca – è il terzo degli album incisi con la collaborazione del direttore di registrazione Jimmy Miller, che piloterà i già famosissimi ma disordinati e pigri Stones, privi di un punto di riferimento dopo lo shock della dipartita di Brian Jones e ancora poco concreti sotto la guida molto incerta dei sedicenti Glimmer Twins – ovvero, Jagger e Richards – nella realizzazione dei quattro dischi che ancora oggi costituiscono quel qualcosa col quale chiunque voglia fare un certo tipo di musica deve riferirsi: Beggars Banquet, Let it bleed, Sticky Fingers e il doppio Exile on Main Street.

Mentre il primo però risente ancora della presenza, sempre più evanescente ma ancora decisiva, di Brian Jones e dei falliti esperimenti psichedelici di Their Satanic Majesties Request, Let it bleed lascia invece intravvedere un sound decisamente più aggressivo e compatto: è la chitarra del talentuoso Mick Taylor, bluesman classico della scuderia di John Mayall, che recupera per gli Stones le radici R&B poco a poco disperse e le porta negli studi e sul palco con una sapiente alchimia tra conoscenza dei classici e fiuto per l’improvvisazione.

Taylor, schivo, riservato, verrà rapidamente inghiottito dalla crescente luna nera dei Rolling, fatta del teatrale mestiere di palcoscenico e di gossip di Mick Jagger e della cupa, rabbiosa vena combattiva di Keith Richards, il cui duello con le droghe e l’alcool trascinerà con sé una intera generazione schiacciata tra il desiderio di emulazione e quello di protesta contro gli standard dei rigidi anni ’60, che in tutto il mondo stanno crollando sotto i cannoni della protesta giovanile.

Prima di questo, però, e prima di trovare il suo esilio al termine di una manciata di album – lasciando i Rolling ancora una volta privi di un talento artistico e costretti a ripiegare sull’amico di sempre Ron Wood, proveniente dai Faces di Rod Stewart, che per questo si sgretolano – firma con loro, o meglio, lavora per loro (anonimo e mite come è) nei soli album veramente rock di questo gruppo: Let it bleed, Sticky Fingers, Exile on Main Street, Goats Head Soup e It’s Only Rock’n’Roll. Poi, per lui praticamente l’oblio, o poco più; per loro, una caduta dalla quale non si sono mai più risollevati, trovando il loro ambiente naturale prima che nello studio di registrazione sul palco, del quale sono ancora, e sempre, campioni indiscutibili.

Sticky Fingers, cupo, potente, rabbioso, notturno, ma anche sognante, delicato, orchestrale, è il vero album della transizione di due interi decenni musicali: tra i ’60 e i ’70, tra le rivolte studentesche, Altamont, le droghe, il Vietnam, l’hard rock in nuce dei crescenti Led Zeppelin, la sparizione progressiva del folk e, in ultima analisi, di quel ‘roll che in fondo addolciva l’intera faccenda, nata da ciuffi imbrillantinati e auto con pinne lucide e coloratissime, ragazze con gonne a pieghe e calzettoni destinate ad essere in breve sostituito dall’esercito delle groupies, sacrifici umani – assieme agli stessi musicisti – da immolare sull’altare del nuovo rito musicale.

Il pezzo che apre l’album, Brown Sugar, è quanto di più trasgressivo si potesse allora immaginare e parla di schiave nere frustate e costrette al sesso e a quant’altro si possa immaginare, mentre, tra le righe, celebra l’eroina che sta dilagando negli studios e nelle case – che ormai coincidono – dell’esilio americano e francese dei Rolling Stones; singolo più ascoltato dell’epoca, venduto in accoppiata con un altro brano dal riff martellante e il testo esplicito, Bitch, Brown Sugar diventa la bandiera del 1971 presso chiunque voglia darci un taglio e sfrenarsi.

Segue il  blues spezzaossa di un altro riff potentissimo, quello di Sway, singolo negli USA in accoppiata col terzo brano: la sognante Wild Horses, che tutte le donne degli Stones, ufficiali e non, giurano a loro dedicata. Di certo in questo brano c’è l’influenza, pesantissima, decisiva, del troppo presto scomparso Gram Parsons, che porta nelle sue mani l’intera cultura folk, country e rock americana data la sua esperta militanza nei dintorni di Byrds, Beach Boys e molto altro, e che – tra litigi per la fidanzata di gruppo Anita Pallenberg, abusi di droghe e alcool e molto altro, sviluppa con Richards un breve ma intensissimo sodalizio che partorisce anche i due blues classici, I got the blues, standard animato da un sorprendente assolo di organo, e You gotta move dagli stacchi di batteria così simili alle frustate di Brown Sugar (sulla voce nerissima di Jagger) oltre alla defatigante country Dead Flowers.

Ma prima di giungere all’orchestrale Moonlight Mile, che testimonia della voglia di Richards di rivaleggiare col ricordo di Jones quanto a originalità – il brano è aperto da un sitar e chiuso dagli evocativi archi di Paul Buckmaster – bisogna prima passare per le cupissime Sister Morphine e Can’t you hear me knocking. La prima è stata scritta assieme all’ex di Jagger Marianne Faithfull, vero spirito femminile del rock di quegli anni, e vanta, oltre alla chitarra slide di Ry Cooder, anche un crescendo potentissimo dall’inizio delicato e sognante ai potenti accordi centrali che, anni dopo, saranno di ispirazione ai Dire Straits per la celebre Money for Nothing. La seconda, dopo un riff rock grezzo e inimitabile di Richards, corre verso un lungo assolo di Taylor con i toni praticamente spenti che riecheggia il Santana di Abraxas, in duello col sax di Bobby Keys: una lunga cavalcata fino al termine della notte che lascia anche il più esigente degli ascoltatori in rispettoso silenzio, incapace di non battere il ritmo convulso.

Inutile, stavolta, spremerci tanto le meningi per cercare il cocktail più adatto ai Rolling Stones del possente Sticky Fingers; ad un classico intoccabile si deve per forza abbinare un altro classico intoccabile. Che in questo caso è l’intramontabile Tennessee Whiskey Jack Daniel’s, cui è impossibile non abbinare l’immagine di Keith Richards intento a collezionarne bottiglie vuote, una sull’altra – del resto, senza alcun dubbio, è la sostanza meno dannosa da lui introdotta in corpo in quei pesantissimi anni.

A moltissimi il gusto profumato e fruttato di questo whiskey mash, 80% mais, 8% segale e 12% orzo maltato, invecchiato in botti di quercia bianca americana roasted farà forse storcere il naso e, confessiamo, non ci sembra il gusto più adatto, morbido, dolce e vellutato com’è, alla proverbiale ruvidezza degli Stones (o del loro marketing, s’intende); a moltissimi altri, specialmente chi non ha voglia di cimentarsi con distillati più seri e impegnativi, invece, piacerà proprio per questa sua frivolezza che consente al bevitore occasionale di atteggiarsi a duro incallito anche mentre beve disimpegnato, figurarsi poi se con ghiaccio.

Carlo Vanni per SaporOsare