Se l’abito non fa il monaco, l’etichetta non fa il vino; né il vino l’etichetta, spesso. Ma non sempre. Altre volte sotto il vestito non c’è niente, ma neanche il vestito, in fondo, è poi molto. Estetica ed edonismo assalgono l’osservatore attento con lo stesso impeto e capita poi di scoprire che la mitologica nascita di una roboante etichetta, affondi le radici banalmente nello studio asettico di un grafico, tra colpi al maglio di Illustrator e acquisti di immagini in stock. Viene da chiedersi allora se anche il vino sia stato modellato con gli stessi criteri, così da modellare un piacionissimo rosso da tavola limpido, rotondo e di corpo, da discount del sabato mattina, medio e mediocre. Non che poi certi vini da enoteca a 30 euro la bottiglia non ottengano le stesse attenzioni omologanti di tanti cartonet sauvignon nazional popolari.

Resta il fatto che così come si può degustare un vino alla cieca, nascondendone l’etichetta per evitare di farsi influenzare da pregiudizi – positivi e negativi – nella valutazione, così si può contemplare un’etichetta anosmicamente e ageusicamente (volevo stupirvi con iperbolici termini similscientifici, ma in sostanza volevo dire senza annusare, né gustare il vino).

Vorrei quindi intraprendere insieme un viaggio a tappe nell’estetica del vino, tra le etichette che, per valore artistico o per originalità grafica, suscitano più interesse. Il vino, in questo viaggio, ne rimane fuori, anzi dentro, imbottigliato e conservato in cantina.

Non si può che partire da Franz Haas, storico viticoltore altoatesino che ha votato tutta la sua produzione ad essere contenuta dall’arte delle sue bottiglie. Nata nel 1880, la cantina ha contribuito a portare il pinot nero de noantri, quello di Mazzon nei dintorni di Ora, a livelli che solo i francesi avevano raggiunto (sebbene ahimè rimaniamo comunque un gradino sotto ai migliori di Borgogna). Ma non di solo pinot nero è fatto Franz, ma anche dei grandi vini tipici dell’altoadige: gewürtztraminer, müller thurgau, moscato giallo, lagrein, moscato rosa…

Tutte le etichette della cantina furono disegnate da Riccardo Schweizer, artista italiano che collaborò anche con Picasso, Chagall, Cocteau, Paul Éluard e Le Corbusier, su richiesta di una sua modella che sarebbe poi diventata la moglie di Franz e che nel 1987 chiese di “vestire” il suo pinot nero. A distanza di più di trent’anni l’etichetta è rimasta invariata e, anzi, la firma dell’artista che occhieggia dorata in basso a destra, interpretata inizialmente da alcuni come il nome di fantasia del vino, ne è diventata ormai il nome ufficiale: il pinot nero Schweizer.

Di bottiglia in bottiglia, di vino in vino, le etichette dell’artista trentino hanno vestito tutta la gamma della cantina, tra richiami al surrealismo di Mirò, suggestioni cromatiche chagalliane e geometrie post-cubiste, ad accompagnare il nome del produttore, che assume esso stesso una firma/forma artistica in oro o argento, ormai riconoscibilissima su ogni scaffale di enoteca.

Simone Zanin per SaporOsare